Suspiria

Soundtrack

giovedì 20 ottobre 2016

Schizophrenia- Monologo


Sono nel buio
mi giro,
mi rigiro e, 
anche se sprofondo nel limbo,
in realtà son sempre qui.
Loro mi chiamano, 
hanno occhi, 
naso e bocca,
hanno un'oscura forma.
Le loro voci 
stanno pronunciando il mio nome
e non posso far altro che scappare
in questo labirinto della mente:
sono sempre qui,
ma sono davvero io?
Mi stanno osservando,
mi scrutano
ma io, li vedo realmente?
Delirio, delirio, delirio.

Lancio gli oggetti che mi capitano a tiro,
Voglio che andiate via.
No, vi voglio qui.
Fatemi compagnia nella notte... creature astratte,
perché la mia anima è tanto, tanto sola. 
 Sto gridando. 
Voglio solo... scomparire. 

Domani pioverà. 
Mi sembra di perdere il senno
o forse,
 l'ho già perduto.
Dio, tu non esisti:
sei solo il riflesso del male dell'uomo.
Quanto vorrei l'amore di qualcuno qui con me...

La verità è che
non posso sfuggire a me stessa. 
Mi guardo dall'alto e 
non sono più io. 
Sono rinchiusa in questa tana 
che mi separa dal resto del mondo,
che mi protegge dall'umano
ma mi porta faccia a faccia
Coi miei demoni.
Mi porta faccia a faccia con... 

La mia mente cede e diventa l'oblio.
Limpida, scarabocchi... cos'ho che non va?
Non c'è motivazione nel mio essere a sé stante, 
come la consapevolezza dell'essere sé. 
L'ombra col suo scuro volto appare,
avvolge le membra e si dispera.
Si dispera con me.
Aiutatemi. 

No... noi non vogliamo il vostro aiuto.
E mi ritrovo a ridere, ridere degli istanti puramente ingenui 
di un'esistenza malridotta.
Delirio, delirio, delirio.
E' solo un universo di segni senza sintomi.

C'è fracasso qui... ma dopo appena poco tempo
sembra apparire il silenzio
e in me tutto viene appurato.
Risalgo dalle acque, riemergo e mi innalzo, 
mi affaccio nel buio
e lì vi brancolo.
Un edificio in demolizione: 
questa è la mia vita.

Sospiro piano e faccio 'ciao' con la mano, 
chiudo gli occhi e mi incammino
ma non so fin dove i miei piedi mi porteranno.
Desidero solo la quiete, 
vorrei non dover soffrire così tanto.
Ma so che non farò ritorno, 
non sola.
Perché non c'è alcuna speranza per me.
Sei qui con me o in me. 
Schizofrenia. 


venerdì 30 settembre 2016

Il dramma di JonBenét Ramsey

JonBenét Ramsey.
Bella e candida, ingenua e ancora fresca, 
pura ma già desiderio di qualcuno. Questo è ciò che era la bellissima 
JonBenét Ramsey, 
splendida bambina di sei anni e 
già reginetta di concorsi di bellezza,
piccolo angelo,
candida anima persa,
strappata troppo precocemente alla vita
e portata con destrezza verso la morte.


 JonBenét Ramsey, nome creato dall'unione dei nomi di suo padre John Bennett Ramsey, nacque ad Atlanta, in Georgia, nel 6 Agosto del 1990.
Jon frequentò la High Peaks Elementary School e seguiva, tramite i genitori, la chiesa locale. Il padre John era un repubblicano e presidente aziendale, mentre la madre Patty era una ex reginetta di bellezza. Il 5 Novembre del 1980, John Bennett e Patricia si sposarono ed ebbero dei figli; JonBenét e Burke Hamilton. JonBenét aveva anche dei fratellastri, John Andrew e Melinda avuti dalla precedente relazione del padre ed Elizabeth, morta anni prima in un incidente stradale. 
JonBenét vantava già di una precoce carriera; il suo curriculum era quello di una professionista e a soli 6 anni era già una reginetta dei concorsi di bellezza. Inoltre, la piccola, seguiva lezioni di violino.
Un piccolo prodigio.

Era la notte di Natale del 1996. La famiglia Ramsey è ad una festa a casa di amici. Alle 22:00 in punto la famiglia torna alla loro casa e Burke e JonBenét vanno immediatamente a letto, a dormire. Patsy e John preparano le valige per il viaggio che avrebbero dovuto fare il giorno dopo. Patsy stava seguendo la chemioterapia per un cancro alle ovaie che le era stato diagnosticato nel '93 e per lei non era un gran bel periodo. La casa dei Ramsey era composta da quindici camere ed era costituita da tre piani e un seminterrato. Nel seminterrato c'era una palestra, la cantina e la lavanderia; al pianoterra c'erano cucina, salotto e altre due stanze, mentre al secondo piano c'erano le camere dei bambini e all'ultimo quella dei coniugi Ramsey. Tutto era collegato da una scala a chiocciola che ogni mattina Patsy prendeva per andare in cucina. 
Quella notte, JonBenét sparì.

Patricia e i suoi due figli, JonBenet e Burke Hamilton.
La notte tra il 25 e il 26, i vicini sentirono l'urlo di un bambino provenire da casa Ramsey, pur se i genitori dissero di non aver sentito nulla e di non aver visto nulla di strano.
Appresero della scomparsa di Benét quando la mattina Patsy Ramsey trovò sulle scale a chiocciola di servizio, alle 5:30, una lettera di riscatto per sua figlia dove si chiedeva di preparare in contanti 118.000 dollari. 
Successivamente si scoprì che la lettera era stata scritta su due fogli strappati da un quaderno appartenente proprio a Patsy, 
Patsy però, pur se nella lettera c'era scritto di non contattare nessuno sennò la bambina sarebbe morta, chiamò il 911 denunciando il rapimento di sua figlia. La somma richiesta ammontava, casualmente, alla somma che John Bennett aveva vinto dalla sua azienda. La polizia ispezionò la casa e non trovò traccia della bambina, né di effrazioni. 


Il contenuto della lettera:

Signor Ramsey, Ascolti bene! Siamo un gruppo di persone che rappresentano una piccola fazione straniera. Rispettiamo il suo lavoro ma non la nazione per cui lo svolge. In questo momento abbiamo sua figlia in nostro possesso. È sana e salva e se vuole che veda il 1997, deve seguire le nostre istruzioni alla lettera. Prelevi 118.000$ dal suo conto. 100.000 devono essere in biglietti da 100 e gli altri 18.000 in biglietti da 20. Si assicuri di portare alla banca una valigetta di dimensioni adeguate. Quando torna a casa metta i soldi in una busta di carta marrone. La chiamerò domattina tra le 8 e le 10 per darle le istruzioni per la consegna. La consegna sarà faticosa per cui le consiglio di essere riposato. Se vediamo che preleva i soldi prima, la chiamerò presto per accordarci su una consegna anticipata e quindi una riconsegna anticipata di sua figlia. Ogni deviazione dalle mie istruzioni causerà l’immediata esecuzione di sua figlia. Non avrà nemmeno i suoi resti per il funerale. I due signori che la tengono in custodia non hanno una particolare simpatia per lei, per cui la avverto di non provocarli. Parlare a chiunque della sua situazione, come alla polizia, all’FBI ecc., avrà come risultato la decapitazione di sua figlia. Se la vediamo parlare anche con un cane, lei muore. Se lei avverte la banca, lei muore. Se i soldi sono in qualsiasi modo segnati o manomessi, lei muore. Può provare a imbrogliarci ma sappia che noi conosciamo molto bene le tattiche e le contromisure delle forze dell’ordine. Ha 99 possibilità su 100 di uccidere sua figlia se tenta di fregarci. Segua le nostre istruzioni e avrà il 100% di possibilità di riaverla indietro. Lei e la sua famiglia siete sotto controllo costante, così come le autorità. Non tentare di fare il furbo John. Non sei l’unico ricco dei dintorni, per cui non pensare che per noi uccidere sia difficile. Non ci sottovalutare John. Usa quel tuo buon senso del Sud. Adesso dipende da te John!
Vittoria!
John Bennett e Patricia Ramsey.

John Ramsey, con degli amici, ispezionò lui stesso la casa e nella cantina trovò il corpo morto della figlia, avvolto in una coperta bianca: la sua preferita.
JonBenét indossava pantaloni bianchi di un pigiama, mutandine bianche, maglia a maniche lunghe e una felpa con paillettes. 
Posizionata supina, nella mano destra era disegnato con un pennarello rosso un cuoricino e sulla bocca aveva del nastro adesivo. 
La piccola era legata con una corda di nylon... 
Le lenzuola erano bagnate poiché la bambina soffriva di enuresi notturna, ma si pensò che probabilmente venne molestata e violentata.
L'autopsia rivelò che la piccola morì per strangolamento e asfissia, avvenuto da dietro come se l'assassino non volesse guardare la vittima negli occhi, e c'era una grande frattura del cranio, un trauma cranico cerebrale.
La garrota con cui la bimba venne strangolata, era avvolto attorno al manico rotto di un pennello appartenente a Patsy e le setole del pennello vennero trovate in una vasca, sempre della madre, dove teneva strumenti per dipingere.
Patsy infatti, in quel periodo era caduta in una forte depressione dovuta al suo cancro. 

giovedì 15 settembre 2016

Ed Gein- La sua storia e la sua influenza cinematografica



Edward Theodore Gein nasce a La Crosse il 27 Agosto 1906, figlio di Augusta T. Lehrke e George P. Gein. Edward fin da subito è vittima di un'infanzia poco felice, di insegnamenti religiosi ossessivi - quella della pazza madre - e della violenza, fisica e sessuale, del padre alcolizzato.
La madre Augusta, donna molto fanatica e austera, manteneva la famiglia  per mezzo di una drogheria e poco dopo comprò una fattoria a Plainfield, nel Wisconsin, conosciuta come ''il buco dello stato'': quella sarebbe stata la dimora dei Gein, nonché luogo dove sarebbero avvenuti, in futuro, gli atti efferati compiuti da Ed. 

Augusta, che era luterana, educò i figli in modo molto severo; li costrinse a vivere in completo isolamento, lontani dai passanti e dal mondo esterno, così che i figli arrivarono a vedere unicamente il volto della madre. Ed e Henry vivevano una vita fatta di casa-scuola e duro lavoro alla fattoria. Tale educazione ebbe un riscontro importante soprattutto nei confronti delle abitudini umane e del sesso femminile. Era un'epoca in cui le cittadine erano tranquille, silenziose, fatta di abitanti con convinzioni e visioni pudiche, avvolte dalle atmosfere caste e cristalline degli anni '40. C'erano, inoltre, enormi tabù sull'immoralità e sulla sessualità, cosa che veniva mal vista.
Il sesso, secondo Augusta, era giusto solamente se si aveva lo scopo di procreare, e impartì ai figli la concezione che tutte le donne, all'infuori di lei, fossero delle prostitute, portandoli ad aver timore di esse: ad avere una vera e totale avversione. E così, si cresceva tra un lavoretto nella stalla, gli studi scolastici e le letture bibliche giornaliere: morte, peccato, la punizione di Dio, l'omicidio, la sessualità... erano tutti elementi ricorrenti dell'antro di repulsione e ostilità che i piccoli Gein erano portati, ormai, a provare.


All'età di dieci anni Ed provò il primo orgasmo vedendo un maiale macellato dai suoi genitori. La perversione sessuale si manifesta già allora, vivente nella repressione. Da adolescente ci fu un episodio in cui il giovane, intento a masturbarsi nella vasca da bagno, venne sfortunatamente, colto in flagrante dalla madre Augusta, che gli afferrò i genitali (li nominò ''la maledizione dell'uomo'') e lo punì gettandolo con forza nell'acqua bollente. A ventun'anni, i figli promisero anche, alla loro madre, di rimanere vergini secondo la sua volontà.
Ed aveva una personalità fragile, instabile, colma di debolezze e sofferenza. Sua madre fu la sua unica gioia, ma anche la sua decisiva rovina.

Fragile, esile, effeminato, debole e timido, Ed diviene vittima dei bulli a scuola e, nonostante ciò, continua ad essere un buon alunno e ad avere buoni voti. Veniva ricordato dalle insegnanti per le sue risate incontrollabili e inappropriate, anche in momenti seri, che avvenivano senza un evidente motivo. Dai cittadini era descritto come una persona amabile, buona e impacciata.
Ci fu poi la morte di suo padre e la situazione a casa si complicò. Il fratello Henry cominciò a dissentire da Augusta, mostrando un indole ribelle: perse la verginità, vide le cose sotto una luce diversa tentando di far cambiare idea anche a Ed, così che anche lui aprisse gli occhi. Era il Maggio del 1944 quando la fattoria fu arsa da un grande incendio di natura sconosciuta. Henry fu trovato morto.
Ed venne interrogato dalla polizia e riferì loro che nel mentre perse di vista il fratello, ma dopo riuscì ad indicare in modo preciso il luogo dove si trovava il cadavere. Henry riportò un trauma cranico, ma venne dato morto per asfissia.
Gein venne sempre sospettato della morte del fratello, che coincideva proprio con la ribellione di quest'ultimo nei confronti di sua madre.
Quella donna veniva vista da Ed come una figura divina, da venerare e seguire, ma al contempo qualcosa in lui la ripudiava: era un rapporto ambivalente di odio-amore.
Dopo due anni dalla morte di Henry giunse il momento anche per Augusta: infatti la donna morì per un ictus nel 29 Dicembre del 1945. Ed rimase, così, solo nella fattoria, avvolto da un immenso dolore.

Un uomo di trentanove anni se ne stava in una fattoria del Wisconsin, in una uggiosa giornata di silenzio, in lacrime come un bambino per la perdita della beneamata madre... ed era ormai solo al mondo. Augusta era l'unica figura importante per Ed, che aveva, secondo gli psicologi, una patologia psicotica nei suoi confronti. La sua morte scatenò in lui una schizofrenia e lo portò ad uno squilibrio mentale. 
Isolato dalla realtà esterna, cominciò a frequentare i cimiteri, profanando tombe e dissotterrando cadaveri; per la maggior parte delle volte erano delle donne di mezza età che gli ricordavano indubbiamente la madre defunta. 
Ed era solito osservare i necrologi e, di quando in quando una persona moriva, correva al cimitero armato di torcia e pala per raccogliere i suoi amati cadaveri. 
Così facendo, credeva di poterli riportare in vita tramite un dono di Dio, o meglio... pensava di poter riportare in vita la madre deceduta. E cosa faceva coi cadaveri? Accessori in pelle umana.
Maschera fatta di pelle umana ritrovata in casa di Ed Gein.

I poliziotti, quando nell'epilogo si ritrovarono in casa di Ed, videro uno spettacolo agghiacciante, talmente tanto da sentirsi male. Lì segnalarono: vasi contenenti quattro nasi e delle vagine;
teschi e ossa;
resti di almeno dieci persone;
un tamburo di pelle;
una cintura costituita interamente da capezzoli femminili;
una decorazione alla camera da letto con dieci teste di donna;
lampade e sedie fatte di pelle umana;
ossa e calotte craniche mutate in scodelle e posate;
labbra per adornare le finestre;
femori usati come le gambe di una tavola;
nove maschere e vestiti in pelle umana.

Gein aveva creato un abito da donna con annesse maschere per cambiare sesso, stravolgendo la sua natura maschile: pensava così, di riportare in vita Augusta diventando lei. Dopo un po', però, i cadaveri non gli bastarono più: aveva bisogno di gente viva.

Mary Hogan, prima e dopo la sua morte.

Mary Hogan aveva 54 anni ed era la proprietaria di una piccola taverna del posto. Secondo ciò che diceva la gente, Ed era solito recarsi in quella taverna dove si riunivano anche altri cittadini, suoi amici. Mary scomparve nel 1954 e nessuno ne vide più traccia. Durante quel periodo, Ed disse spesso ai suoi compaesani di aver preso lui Mary e che, però, donna stesse bene, e a casa sua: ovviamente non venne creduto e si ipotizzò uno scherzo. Anni dopo, quando Ed venne arrestato, confessò il suo omicidio.
L'aveva rapita e ammazzata con una calibro 32. Durante la perquisizione alla fattoria, venne ritrovata la testa di Mary in una valigetta.

Bernice Worden, la seconda vittima.

Nel 17 Novembre del 1957 Bernice Worden, commessa in una ferramenta, scomparve nel nulla. Quel giorno Ed si era recato lì per acquistare una latta d'olio, ma non ne uscì con quello che richiese. Vide un fucile in vetrina, una carabina calibro 22 e sparò alla nuca. Come suo solito fare con i corpi deceduti, la portò alla fattoria. Il figlio di Bernice, tornato da una battuta di caccia, andò nel negozio e quasi gli prese un colpo quando notó che il pavimento era tutto ricoperto di sangue: il sangue di Bernice.
Chiamò immediatamente la polizia locale e fece il nome di Ed Gein come primo e unico sospettato, poiché l'uomo nell'ultimo periodo si comportava in modo singolare e si recava spesso lì a parlare con la donna. Tra l'altro, venne trovato uno scontrino d'acquisto di latta d'olio, proprio quello che solitamente richiedeva Ed.
La polizia così si recò a casa dell'uomo, si divisero in due squadre e perlustrarono la macabra fattoria. Sgomento, terrore e disgusto percosse gli uomini che si ritrovarono faccia a faccia con quel cimitero vivente. Il corpo di Bernice venne ritrovato nel capanno, appeso, scuoiato e privo di testa e interiora. I resti del cadavere vennero ritrovati in casa avvolti in abiti da uomo, tra cui testa (riempita di chiodi), budella e cuore, avvolti entrambi da un sacco di plastica. Ora Gein non aveva scampo: era stato scoperto.

Il cadavere di Bernice Worden.

Ed venne ritenuto instabile mentalmente e quindi incapace di tenere un processo. Nello stesso momento, al processo, l'uomo disse una frase che sconvolse tutti i presenti e i suoi vicini:''Non ho mai ammazzato un cervo''. Ed, infatti, aveva spesso dato loro (ad amici e conoscenti) della carne da mangiare, dicendo che fosse, appunto, carne di cervo.
La fattoria, non si sa come, fu volta da un incendio, e quando Ed venne a saperlo rispose semplicemente:''Meglio così''.
Venne discolpato per infermità mentale e scampò così la sedia elettrica, vivendo il resto della sua vita in manicomio. 
A Edward Theodore Gein, in seguito, venne diagnosticato il cancro e il 26 luglio 1984 morì per insufficienza respiratoria.
Le vicende sconvolsero per sempre la cittadina di Plainfield e divennero famose in tutto il mondo. Ed Gein venne riconosciuto come uno degli assassini più efferati della storia.
A quei tempi non si era ancora parlato di assassini seriali e niente di simile era mai stato visto prima, o in televisione.
Fu così che si comprese che non ci si può fidare di nessuno, neanche dei cittadini con cui sei cresciuto da una vita... neanche dei tuoi vicini, o della tua stessa famiglia.

martedì 1 marzo 2016

Katherine Knight, killer - ll male generato dal male



Probabilmente non molto popolare a livello internazionale ma che fece assai scalpore, il dubbioso caso di Katherine Mary Knight è considerato uno dei più cruenti della storia del crimine, ponendo la donna tra le più efferate e squilibrate assassine di tutti i tempi. Nata nel 1956 a Tenterfield, in Australia, Katherine era la più giovane dei due figli nati dalla madre Barbara e dal suo nuovo compagno, Ken Knight. Costretta a subire molti traslochi e molti mutamenti in famiglia, subì la morte di suo zio, la persona oltre alla sua gemella a cui ella era più legata, il quale si suicidò nel 1969 togliendosi la vita. La Knight ne rimase totalmente devastata e asserì in futuro che lo spirito del beneamato zio andasse a trovarla di tanto in tanto. Il lutto di quell'uomo fu il prologo di una vita disturbante, dove ebbe vita anche il suo disturbo borderline della personalità. La situazione in ambito familiare non era delle migliori. Ken, suo padre, era un uomo molto aggressivo; alcolizzato e dall'indole violenta, commetteva frequentemente abusi sessuali sulla madre di Katherine, arrivando a violentarla dieci volte al giorno. Barbara, spinta dal dolore, si confidava con le sue figlie raccontando i dettagli degli stupri sottolineando quanto odiasse gli uomini e spingendo l'ultima a sopportare le costrizioni sul prendere parte a rapporti sessuali avute da suoi partner. Ciò fece nascere nella nostra protagonista, un desiderio di disinibizione, di appetito sessuale incontrollato e di odio nei riguardi della razza maschile. Katherine Knight fu vittima di stupri e vari abusi da parte di molti membri della sua famiglia, suo padre escluso, fino alla giovane età di undici anni. Studente modello a scuola, alternava mutando completamente in bulla con furie omicide: aggredì un compagno con un'arma e spinse un'insegnante a ferirla per legittima offesa. Lasciò la scuola precocemente all'età di 15 anni senza aver appreso le capacità di scrittura e lettura, rimanendo analfabeta. Ottenne il suo ''lavoro ideale'' come macellaia, lavoro svolto anche da suo padre, che la rese popolare in città per la sua ossessione per la scuoiatura degli animali e la sua collezione sopra il letto di set di coltelli. ''Saranno sempre a portata di mano se ne avrò bisogno'', disse la Knight.

 La transizione: da Vittima a Carnefice 


 Durante il matrimonio col primo marito, David Kellett, avvenuto nel 1974, Barbara avvisò l'uomo sul male che albergava in sua figlia:''Faresti meglio ad ascoltarmi o ti ammazzerà. Se proverai a giocare con lei o a tradirla, lei ti ammazzerà.''
E infatti, la prima notte di nozze la donna tentò di strangolarlo solamente perché lui esausto, dopo aver avuto tre rapporti consecutivi, si addormentò. Quanto è buffa a volte la vita. Gli atti più violenti e da riportare di quel tormentato matrimonio, furono tre: una sera Kellett ritardò nel rientro a casa e Katherine, infuriata, gli bruciò tutti i vestiti e con una padella colpì al collo l'uomo appena tornato a casa. David fuggì e stette in ospedale per tre giorni: riportò una frattura grave al cranio. Il giorno seguente Katherine venne avvistata mentre spingeva violentemente e lanciava in strada la carrozzina del suo ultimo figlio: in ospedale le diagnosticarono la depressione post partum. Dopo due mesi dall'ultimo accaduto, lasciò sua figlia Melissa sui binari di una stazione attendendo l'arrivo di un treno, la quale fortunatamente venne salvata prima della sua morte da un barbone. Isterica e accecata dal desiderio di ritrovare Kellett e riaverlo per sé, Katherine ne fece di tutti i colori: tagliò il volto di una donna, prese in ostaggio un ragazzo e lo minacciò col suo coltello al collo, progettò di ammazzare il benzinaio che aveva permesso a Kellett di partire e lasciarla, per poi ammazzare quest'ultimo e sua madre. Senza indugi, venne ricoverata in un ospedale psichiatrico. Kellett chiuse completamente ogni tipo di rapporto con questa donna, la quale si consolò in fretta adescando una nuova vittima: David Saunders. Come prova di ciò che gli sarebbe accaduto se avesse provato ad avere altre relazioni. Katherine tagliò la gola al suo cane dinanzi a lui per poi colpirlo con una padella. La donna addobbò la casa interamente di pelli di animali, forconi, machete, rastrelli e teschi e dopo una discussione al riguardo con il povero Saunders, lo colpì con un ferro da stiro prima di accoltellarlo allo stomaco con un paio di forbici. Quest'uomo scampò a una terribile fine, così come il penultimo compagno John Chillingworth.

John Price e Katherine Knight, in un periodo felice 
prima degli avvenimenti spiacevoli

Il matrimonio con John Thomas Price nei primi tempi andò a gonfie vele, ma qualcosa successivamente cominciò ad andar storto.
Dono una serie di assalti in cui la Knight accoltellò Price al petto, egli chiese alla corte di far sì che ella stesse lontana dai suoi figli e da lui. Katherine quel fatidico pomeriggio chiese a John di tornare a casa: se non avesse acconsentito, lei avrebbe tolto la vita ai suoi bambini. Non avendo altro da fare, accettò e le ultime parole che disse ai suoi amici furono:''Se non tornerò domani pomeriggio a lavoro, vorrà dire che lei mi avrà ammazzato.''
Price in casa non trovò né Katherine, né i suoi figli che erano stati mandati a dormire da un amico, così tornò a casa sua dove si addormentò davanti alla tv. La Knight quella sera aveva comprato e indossato nuovo lingerie nera e aveva videoregistrato tutto ai suoi figli per sua volontà, come una dimostrazione del crimine che avrebbe commesso ore dopo.
Si recò a casa dell'uomo e bussò alla porta; tentò l'uomo da grande manipolatrice ed ebbero una nottata di sesso, fino a quando lui non si addormentò.
Il giorno seguente, i vicini si preoccuparono vedendo l'auto di John ancora situata nel parcheggio e il suo datore di lavoro, non vedendolo arrivare, mandò qualcuno a casa per controllare la situazione.
La polizia fu avvertita dopo avvistamenti di sangue sulla porta di casa e arrivò ritrovandosi dinanzi a uno spettacolo raccapricciante.
Katherine era distesa sul letto in coma dopo aver tentato il suicidio a causa della somministrazione di troppe pillole, ma John...
Fu accoltellato con un coltello da macello durante il sonno ricevendo ben 37 colpi, soprattutto negli organi vitali: la furia dell'assassina era così potente e eccitante da non permetterle di fermarsi. Seguendo le tracce, John tentò di uscire varcando la soglia della porta, ma venne trascinato nuovamente dentro dove morì dissanguato.
Non essendo abbastanza soddisfatta, Kate ore dopo lo appese ad un gancio da macellaio sull'architrave con accanto i suoi genitali  e lo scuoiò vivo in maniera del tutto professionale; lo decapitò e tagliò parti della sua carne che cucinò e mangiò, per poi fare un breve riposino.
Lo tagliò a pezzi completamente e come ogni mattina preparò il pranzo: nella pentola che bolliva c'era la testa, che avrebbe accompagnato a suoi pezzi di carne messi nei piatti accanto a cavoli, verdure, patate, zucca, zucchine... tutto riservato a tavola ai figli di John.
Il tribunale la ritenne instabile mentalmente ma capace di intendere e di volere, motivo per cui venne condannata  all'ergastolo immediato senza possibilità di libertà condizionale e portata in carcere nell'Ottobre 2011, dove si trova tutt'ora.
Incolpare il disturbo borderline sarebbe alquanto sciocco, considerando che i disturbi di personalità non implicano atti omicidi e, cosa più importante, fanno di te una persona particolare, non necessariamente un assassino.
E' beffardo come una mente deviata possa essere l'autrice di un epilogo così grottesco.
Reduce da un'infanzia difficile che ha influenzato la sua crescita, Katherine Knight ha vissuto il dolore per poi arrecarlo lei stessa, è stata plasmata dalla medesima violenza subita: fu il male generato dal male.
E' proprio vero che la psiche umana è qualcosa di così singolare da stravolgere ogni teoria di comprensione.